LA STRAGE
INFINITA DEGLI OMICIDI SUL LAVORO
Mecoledì 28 Marzo 2018, al porto di Livorno, intorno alle 14,00, si è verificata un'esplosione in un grande serbatoio della zona in cui vengono stoccati oli combustibili. Due sono gli operai rimasti uccisi nell'esplosione: Nunzio Viola, e Lorenzo Mazzoni, dipendenti della Labromare, una ditta specializzata nelle bonifiche, che lavorava in appalto alla ditta società Neri.
La Repubblica edizione di Firenze fornisce una prima ipotesi di quanto accaduto:
“Secondo una prima ricostruzione i due operai stavano effettuando lavori di manutenzione. Il serbatoio interessato dallo scoppio si trova all'interno del deposito costiero della società Neri e conteneva acetato di etile, una sostanza molto infiammabile. [...] Forse l'esplosione può essere stata causata da una sacca di gas formatasi all'interno della cisterna stessa”.
Oltre al dolore e alla rabbia non si può che rimanere sgomenti dall’accaduto.
Come è possibile che avvengano simili incidenti?
Come è possibile che in Italia ogni giorno muoiano 4 lavoratori a causa di quelli che di fatto sono omicidi sul lavoro?
Eppure in Italia esistono norme ben precise per la sicurezza in generale e per le lavorazioni all’interno di serbatoi in particolare.
Il D.Lgs. 81/08 (legge penale) definisce obblighi sanzionabili ben precisi sulla gestione delle attività lavorative e impone al datore di lavoro di definire procedure di lavoro in sicurezza.
Il committente deve informare la ditta appaltata dei rischi che incontrerà nei luoghi di lavoro in cui andrà ad operare.
Per attività all’interno dei cosiddetti “spazi confinati”, come quello in cui è avvenuto l’incidente devono essere adottate specifiche accortezze tecniche per evitare infortuni per intossicazione o asfissia o incendi ed esplosioni.
Inoltre il D.P.R. 177/11, che richiama il D.Lgs. 81/08, impone norme procedurali per le attività all’interno degli spazi confinati, specifiche abilitazioni per le ditte incaricate di tali attività e specifica formazione e addestramento per i loro lavoratori.
In attesa degli accertamenti che verranno eseguiti dalle autorità competenti, bisogna chiedersi allora:
- la ditta Labromare era regolarmente abilitata all’esecuzione di lavori all’interno degli spazi confinati?
- i lavoratori della ditta Labromare erano stati adeguatamente formati e addestrati per questo tipo di lavoro?
- sono state eseguite tutte le procedure per lavori in spazi confinati (in questo caso, in particolare, la verifica con idonea strumentazione dell’avvenuta bonifica da sostanze pericolose del serbatoio?
- è stata fatta una valutazione specifica dei rischi da atmosfere esplosive all’interno del serbatoio?
- i lavoratori della ditta Labromare erano dotati di attrezzature e di dispositivi di protezione individuali adeguati ai rischi presenti del serbatoio?
- la ditta Neri ha verificato in maniera adeguata l’idoneità tecnico professionale della ditta Labromare?
- la ditta Neri ha fornito informazioni specifiche e dettagliate dei rischi presenti negli ambienti di lavoro in cui la ditta Labromare doveva eseguire le proprie lavorazioni?
A una o più di queste domande la risposta sarà sicuramente negativa.
Non si può parlare di tragica fatalità ancora una volta.
In ogni infortunio sul lavoro esiste sempre un nesso causale tra omissione di obblighi legislativi sulla sicurezza e infortunio stesso.
Ma la domanda fondamentale è: perché tutti i giorni abbiamo a che fare con omissioni di questi obblighi e quindi con infortuni mortali?
Le leggi e le norme tecniche ci sono e se applicate regolarmente ridurrebbero a livelli bassissimi le possibilità di infortunio. Allora perché non si applicano.
Per il semplice motivo che questi adempimenti hanno un costo e il profitto dei padroni è enormemente più importante della vita dei lavoratori.
Ma ricordiamoci anche, al di là della rilevanza mediatica che viene data alla notizia, che quella di oggi è una realtà che si ripete tutti i giorni.
Marco Spezia
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«È fondamentale formare i lavoratori, ma non sempre i contratti li tutelano»
Antonio Sciotto, 29.03.2018, “Il Manifesto”
Marcucci, responsabile sicurezza dei chimici Cgil. Nel settore petrolifero ci sono molti accordi sui rischi nel maneggiare i prodotti pericolosi. Ma spesso le ditte di bonifica applicano intese diverse, e gli operai sono più scoperti
Domenico Marcucci, responsabile Sicurezza Filctem Cgil, la categoria che rappresenta i lavoratori chimici e del petrolio, un incidente come quello di Livorno poteva essere previsto e magari evitato?
Non ho gli elementi per pronunciarmi sullo specifico incidente di Livorno, ci vorranno gli accertamenti del caso, ma certo quando è in atto una fase di manutenzione c’è sempre un rischio. Il problema è rispettare con rigore le procedure e seguire con precisione la catena di comunicazioni tra le persone, o le diverse ditte, impegnate nella bonifica.
Questo vuol dire che possono esserci soggetti distinti che lavorano contemporaneamente?
Certamente, ma i problemi che possono originare il singolo incidente sono innumerevoli. A volte entra nel porto una nuova ditta in appalto, che non conosce bene l’ambiente: una buona formazione e preparazione dovrebbero bastare a garantire la sicurezza. Altre volte manca la comunicazione tra due imprese diverse, o due diversi gruppi di operai che devono lavorare in stretta connessione e rispettare con estrema precisione le priorità. Faccio un esempio: qualche anno fa c’è stato un grave incidente alla raffineria di Milazzo perché su uno dei serbatoi contenenti derivati del petrolio sono saliti due operai e hanno cominciato le operazioni di saldatura. Pensavano che il deposito fosse stato già precedentemente bonificato dall’apposita squadra, ma non era così. Le scintille causarono una forte esplosione.
Lo stesso potrebbe essere accaduto a Livorno?
Leggo che l’incidente è avvenuto nel trasferimento del materiale chimico. Sono state aperte le valvole giuste? Dell’acqua, o una scintilla, possono aver innescato l’esplosione?
Non dovrebbe essere tutto previsto nelle procedure? E il sindacato fa formazione?
A formare deve essere l’azienda, noi del sindacato facciamo dei corsi aggiuntivi per gli Rls, i responsabili della sicurezza. Nella contrattazione ci capita di richiedere obblighi formativi o di sicurezza maggiori. Ma qui si presenta un altro problema: mentre nel settore chimico e petrolifero gli obblighi contrattuali sulla sicurezza sono alti, ci sono altri contratti che prevedono minori tutele. Eppure vengono utilizzati spesso nelle stesse ditte che si occupano di manutenzione e bonifiche ambientali.
Infatti ai due lavoratori vittime di infortunio a Livorno era applicato il contratto dei trasporti.
Sì, parliamo di portuali, quindi per un verso è anche logico. Il problema è che nel nostro contratto ci sono pagine e pagine su sicurezza e salute rispetto alle materie chimiche che si possono maneggiare, in altri ci sono una o due pagine che riportano giusto gli obblighi di legge. Allora dobbiamo riuscire a tenere dentro tutti: in alcuni casi già si fa con la figura dell’Rls di sito, prevista dalla legge. Alcuni porti ce l’hanno già, non so se anche Livorno: coordina gli Rls di tutte le ditte che lavorano in un sito.
In concreto cosa si può chiedere di più nei contratti?
Ad esempio più ore di formazione. O maggiori informazioni: abbiamo ottenuto che l’annuale riunione sulla sicurezza prevista dalla legge sia seguita da un’informativa a tutti i lavoratori. Si dovrà riferire come stanno andando i dati infortunistici, le visite, i nuovi investimenti, i progetti formativi, l’uso dei dispositivi. Siamo tra le più basse categorie per incidentalità secondo l’Istat. Le aziende cercano di stare al passo, anche per ottenere certificazioni come l’Iso, ma aiuterebbe un più alto numero di controlli da parte di ispettorati e Asl.